
Ora mi sono seriamente
stancata.
E' giunto il momento di apportare un nuovo cambiamento alla mia vita.
Se fino ad ora sono sempre stata lì nell' angolo, da oggi
basta. Perchè non ne posso più.
Una volta davo ascolto ai vostri
divieti. Una volta ne ero
spaventata.
.NON PIU'.
Chiamatelo infantile, chiamatelo stupido, chiamatelo vittimismo. Non me ne frega un cavolo.
Vi siete presi i
miei tempi giocandoci a
vostro piacimento.
Ma possiedo ancora un paio di cose
mie.
Ho un cuore, una testa, dei pensieri, delle parole. E un
corpo. Con questo ci faccio quello che voglio.
Comunque, vi servo troppo per permettervi di attuare le vostre stupide minacce. Stupidi.
Voi stessi mi avete fornito la scappatoia ai vostri obblighi. Ai vostri no.
Non una parola dovrà uscire dalle vostre labbra. Ripicca? Forse. Non farò nulla che vada contro i miei interessi, comunque.
...mi limiterò ad assecondare i miei desideri.
Perchè, a differenza vostra, io non voglio rimpiangere nulla.

Nutriti della
sua voce. Nutritene
sempre. Traine la tua
forza.
Afferra le vibrazioni delle corde di quel basso. Accettane ogni sfumatura calda come abbracci evanescenti.
Falli tuoi.
Circondati di note
distorte, dei suoni aspri e metallici di una chitarra elettrica.
Delle
loro dita che viaggiano veloci e rapide come precisi fendenti sui loro strumenti.
E poi? Lascia che quel
tump forte e deciso di una batteria viaggi sulle stesse frequenze del tuo cuore, fino a fondercisi.
Lascia che questa musica ti sconvolga interiormente e che ti colmi del vuoto che provi.
Si può vivere di sola musica?
Forse no.
Io, però, ne ho bisogno.
Ho bisogno che quelle parole raggiungano e scaldino quell' ammasso palpitante di muscoli che ho nel petto.
Ho bisogno di seguire un ritmo.
Un ritmo che non sia quello conosciuto fin troppo bene.
Un ritmo che mi permetta di allontanarmi da questa realtà che non fa altro che ferirmi.
Volevo editare il post di ieri per non farlo finire in culo al blog, ma dato che Splinder ha deciso di incepparsi, ne creerò uno nuovo. Pazienza.
Volevo smetterla di lamentarmi qui, di ripetere sempre le stesse cose... ma alla fine -quando tutto scoppia- mi rendo conto che il mettere nero su bianco mi aiuta a calmarmi. Anche il solo veder comparire le parole una dietro l' altra, mi dona un senso di tranquillità. Almeno in questo sono padrona delle mie azioni e ne sono io l' artefice. Sbagliato o giusto che sia.
Ciò che mi innervosisce è che si, i ritmi dell' università sono al limite dell' assurdo quest' anno, eppure... ogni volta che torno a casa felice perchè sono rientrata prima, ogni singola volta che metto piede all' interno di queste mura, torna a cogliermi la sensazione di oppressione, di rancore, di nervosismo. Allora torno a desiderare di potermi rinchiudere entro altri confini, con volti conosciuti e non, con parole su parole espresse con un sorriso sulle labbra, prive di quell' assurdo desiderio di ferire...
Posso realmente definire "Casa" un posto del genere? Posso davvero sentirmi protetta quando non faccio che distruggermi al suo interno?
Tornano quelle domande, tornano quei punti interrogativi del: dov' è la tua vita? Qual' è la maschera che indossi ora? Quella dei ventuno anni o quella dei cinquanta? Quanto resisterai ancora a voler portare avanti questa doppia vita?
Rientro e li trovo ad urlare, metto piede in cucina e mi si prospetta davanti un campo di battaglia. Stupida io che stamattina ho pensato di farle trovare i piatti e i letti fatti, così non doveva pensare anche a quello. Ma se si tratta di me, no. Io sono la figlia è giusto che anche quando torno alle otto di sera stanca e distrutta, debba trovarmi tutto da fare e magari anche da mettere su la cena.
E la scusa è sempre la stessa "Sono tornata poco fà, sono stanca". Ovvio, io no. Perchè io perdo tempo. Pretese su pretese, su pretese e ancora, ancora, ancora senza una fine.
Sono rientrata alle quattro e mezza, ora sono le sei. Volevo studiare e ho dovuto sistemare ciò che loro hanno messo in mezzo per pranzare. A breve dovrò andare da mia nonna per provvedere a lei.
Mi domando se c'è qualcuno che pensa a me, a questo punto.
Perchè devo sempre cavarmela con le mie sole forze e poi, da gran cogliona qual sono, sono sempre pronta a sacrificare me stessa per tutti gli altri.
Non finirà mai...
I miei nervi, la mia calma, la mia tranquillità se ne vanno a farsi fottere. Sono arrivata a quel punto tale che riesco a stare bene solo nello stress universitario.
Qui è peggio.